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Elezione del Presidente della Republbica. Una donna sarebbe (stato) meglio

intervista su www.lindro.it - 18 aprile 2013

 

A meno di colpi di scena all’ultimo minuto -ovvero, a voto avviato- ‘Rien ne va plus, les jeux sont faits’ per il Quirinale. Per la dodicesima volta, per i prossimi sette anni, il Presidente della Repubblica sarà un uomo, Franco Marini, scelto, ieri, dal PD (o almeno da due terzi del partito) e accolto dal PdL. Eppure la componente femminile delle principali forze politiche non si arrende all’ennesima scelta maschile, sottolinea come l’elezione di una donna avrebbe rappresentato l’inizio di un cambiamento culturale, sociale, politico, di cui l’Italia ha urgente bisogno, mentre traccia il bilancio del settennato del Presidente uscente, Giorgio Napolitano, e il profilo del Presidente che servirebbe.
Le donne in questione sono le deputate Roberta Agostini (PD), Barbara Saltamartini (PdL), Erika Stefani (Lega Nord); Pia Locatelli (Psi), tutte accomunate dal lavoro condotto, nelle diverse sedi istituzionali, a favore delle Pari Opportunità.

Al di là dei colori politici, apprezzamento condiviso ed unanime per l’operato del Presidente Napolitano, improntato sull’equilibrio, sul rigore, sulla competenza, sulla capacità di tutelare le istituzioni, la democrazia e la Costituzione; tanto che un sua ricandidatura, qualora avesse accettato, non sarebbe dispiaciuta. Doti che ci si aspetta anche dal nuovo Capo dello Stato, che dovrà essere, dicono, una personalità in grado di dare risposte concrete, di saper parlare a tutti gli italianeie alle italiane, di dialogare coi cittadini e le cittadine e coglierne le istanze, di essere un punto di riferimento e autorevole interlocutore con il resto del mondo. Una figura completa, poliedrica, competente, di garanzia, imparziale, che sappia ricostruire la fiducia nelle istituzioni.

 

La rete delle associazioni femminili ha lanciato un appello per l’elezione di una donna. Cosa ne pensa?

On. Saltamartini - Indubbiamente sono convinta che nel panorama italiano vi siano sicuramente figure femminili autorevoli che possano essere rappresentative e in grado e all’altezza di ricoprire la carica di Presidente della Repubblica; ciò nonostante mi dispiace constatare che, per essere politicamente corretti, si propongono dei nomi di donne la cui candidatura viene fatta espressamente in ragione di una motivazione di genere; ritengo, invece, che la proposta di una candidatura di donna debba essere fatta, non in quanto donna, ma in quanto quella figura ha le competenze e le qualità per svolgere quel ruolo. E in Italia, ripeto, abbiamo molte personalità competenti e qualificate che potrebbero ricoprire la carica.

On. Agostini - Sono d’accordo, mi sono espressa favorevolmente all’interno della divisione del Pd in tal senso; l’elezione di una donna, a prescindere dal nome, avrebbe un grandissimo significato politico, non sarebbe solamente una ‘quota rosa’, ma darebbe un segnale di cesura, di rottura, e al tempo stesso di cambiamento, con quella che è stata per 70 anni finora la storia repubblicana dell’Italia; vorrebbe dire guardare a quella risorsa femminile, che nel nostro Paese è stata marginalizzata, per quanto riguarda la crescita e la modernizzazione dello Stato; perciò ritengo che andrebbero rotte ed abbattute quelle barriere culturali che si sovrappongono alla piena partecipazione femminile alla vita pubblica e politica, per dare un grande segnale di cambiamento e di innovazione e un passo deciso verso quella ricostruzione del legame tra istituzioni e cittadini, che si è molto incrinato.

On. Stefani - Siamo un perno fondamentale della nostra società. Le donne esprimono e rappresentano un grande valore che il mondo delle professioni e dell’imprenditoria ha già riconosciuto. Quindi la nostra società credo sia matura per esprimere una donna anche al Quirinale, purché abbia quelle caratteristiche di imparzialità e di equilibrio che per noi sono fondamentali per questo ruolo.

On. Locatelli - Penso che, se ne stiamo ancora a parlare, sia già un indice di arretratezza. Sono chiaramente favorevole all’elezione di una donna, e da ben prima dell’appello lanciato dalle associazioni. E la mia non è solo una questione di genere; ci sono, infatti, anche nel panorama politico italiano, tantissime donne valide e competenti che sarebbero perfettamente in grado di svolgere questo delicatissimo ruolo. Questo nuovo Parlamento vanta la percentuale di donne più alta della storia della Repubblica, abbiamo fatto degli enormi passi avanti. Il momento è quello giusto, bisogna solo avere il coraggio.

 

Quale la donna adatta per il Quirinale, secondo Lei, al di là della linea ufficiale del partito?

On. Saltamartini - Noi da questo punto di vista non intendiamo fare nomi, anche perché spetta al segretario del PD, Pier Luigi Bersani, proporre una ‘rosa’ di nominativi; anche per evitare che, come si suol dire, ‘chi entra cardinale esca Papa’, non li abbiamo fatti finora e non intendiamo farne.

On. Agostini - Di donne ce ne sono molte che possono essere in grado di ricoprire l’incarico. In questi anni sono state molte le donne che si sono affermate anche individualmente per competenze, meriti, capacità. Io credo che uno dei criteri sia quello di una storia e di una cultura politica ed istituzionale che renda la figura del presidente forte, autorevole, in grado di affrontare una situazione complicata e un periodo difficile come quelli che stiamo vivendo; una del Pd mi piacerebbe più delle altre; ovviamente, in particolare penso, ad esempio, ad Anna Finocchiaro, tra i nomi che sono usciti di più anche sui giornali.

On. Stefani - Condivido appieno la posizione del mio Partito espressa più volte dal nostro segretario Roberto Maroni. Una donna al Quirinale, in questo momento, potrebbe rappresentare un cambiamento. Molto spesso le donne dimostrano di avere uno spiccato senso pratico che, mai come in questo momento storico, potrebbe rivelarsi utile. Ci piacerebbe vedere al posto di Giorgio Napolitano Manuela Dal Lago.

On. Locatelli - In questo caso la linea ufficiale del mio Partito è perfettamente identica alla mia. Considero Emma Bonino la candidata ideale che racchiude tutti i requisiti che si addicono ad un presidente della Repubblica: il rigore, l’indipendenza di giudizio, la capacità di stare al di sopra delle parti, la competenza, l’onestà, anche intellettuale, l’esperienza (non si improvvisa niente in politica), capacità di aprirsi al nuovo, di leggere la realtà, abilità ‘di visione’ per così dire, cioè di saper guardare al futuro non solamente al passato; per sapersi rinnovare e proseguire verso la strada dell’innovazione. Oltre a essere una donna preparatissima e politicamente esperta, gode di quel prestigio internazionale, oggi indispensabile. Conosciuta e stimata in Europa, è una figura che gode delle simpatie anche di parte del centrodestra e per la sua storia darebbe senza dubbio risposte a quelle richieste di cambiamento e innovazione avanzate dall’elettorato.

 

Quale è il suo giudizio del settennato di Napolitano?

On. Saltamartini - Sicuramente il Presidente Napolitano ha dimostrato di essere un Presidente della Repubblica di garanzia, che ha cercato di tenere in equilibrio ed unita l’Italia in una situazione politica molto difficile e complessa per il Paese. Non a caso, laddove avesse ritenuto opportuno farlo, non avremmo avuto problemi a rivotare per una sua riconferma, qualora ovviamente fosse stato disponibile ed avesse inteso farlo.

On. Agostini - Un giudizio ovviamente positivo, è stato un Presidente equilibrato, garante delle istituzioni e della Costituzione; nonostante la crisi di fiducia che ha colpito gran parte della politica e delle istituzioni democratiche, la presidenza della Repubblica ha sempre mantenuto un alto livello di favore tra i cittadini e le cittadine italiani, anche grazie alla figura di Napolitano che ha saputo interpretare con grande rigore, equilibrio e competenza il suo ruolo; sebbene non ci sia piaciuta la sua nomina dei 10 saggi tutti uomini, arrivata alla chiusura del settennato, peraltro molto criticata.

On. Stefani - Credo che il Presidente Giorgio Napolitano si sia dimostrato, in particolar modo nell’ultima fase del suo mandato, molto responsabile nella sua veste di garante delle istituzioni. Ha saputo gestire con misura un momento molto complesso per il nostro Paese. Devo ammettere che, specie all’inizio del suo mandato, quando era molto difficile non riconoscere la sua provenienza politica di sinistra, non lo avrei creduto possibile. É e rimane espressione di una parte molto distante dalla nostra linea e dalle nostre idee; ciononostante gli attribuisco il grande merito di aver saputo spogliarsi di ogni ideologia quando è stato chiamato all’equilibrio e all’imparzialità.

On. Locatelli - Un giudizio molto positivo. Napolitano, pur essendo stato eletto con i voti di solo una parte del Parlamento, ha dimostrato di essere un presidente equilibrato e di garanzia, al punto che una sua eventuale ricandidatura non sarebbe dispiaciuta al centrodestra. In moltissime occasioni è intervenuto a salvaguardia della Costituzione e in difesa della democrazia, rinviando alle Camere decreti palesemente di parte. In particolare, negli ultimi due anni, ha svolto un ruolo attivo nella gestione della gravissima crisi economica e politica che ha investito il Paese, ruolo che ha portato avanti fino all’ultimo gestendo con estremo equilibrio lo stallo post elettorale e le difficoltà di formare un nuovo governo.

 

Cosa si aspetta dal nuovo Presidente?

On. Saltamartini - Io mi aspetto sia un Presidente di garanzia, di equilibrio poiché stiamo vivendo una fase politica molto complicata i questo momento, c’è una crisi economica da affrontare molto seria e profonda; abbiamo bisogno di tutto tranne che di un Presidente della Repubblica che divide.

On. Agostini - Dal nuovo Presidente, poiché gli anni che abbiamo di fronte saranno difficili, di crisi economica grave e di disagio sociale, nei quali, probabilmente, si acutizzeranno i divari, mi aspetto che sappia essere un punto di riferimento molto sicuro, molto fermo, molto solido per tutti i cittadini e cittadine italiani e che sia anche un interlocutore serio, forte ed affidabile anche nei confronti dell’Europa e dell’estero, nel mondo, che sappia svolgere il suo ruolo di custode e di tutela della Costituzione, che è una Carta fondamentale ancora troppo poco applicata e conosciuta, garantendo le istituzioni democratiche, svolgendo un ruolo forte in tal senso.

On. Stefani - Mi aspetto, prima di ogni altra cosa, grande senso di responsabilità, imparzialità, ma soprattutto capacità di dare risposte concrete al momento difficile che stiamo vivendo. Spero che il prossimo inquilino del Colle sia un grande politico, nel senso più autentico del termine: deve essere in grado di contemperare le diverse istanze al fine di risolvere positivamente e tempestivamente questa situazione di stallo non più sostenibile. Dopo oltre cinquanta giorni non abbiamo ancora un Governo. La crisi economica e sociale, che sta mettendo in ginocchio il Nord, è drammatica. Drammatica per le imprese, per i lavoratori, per i pensionati, per le famiglie. Quasi ogni giorno le cronache ci raccontano di suicidi e disperazione. Non possiamo più aspettare ed è evidente che la soluzione non può arrivare da un nuovo voto. C’è un ritardo intollerabile. Questo Paese non se lo può permettere.

On. Locatelli - Mi aspetto che abbia almeno le stesse caratteristiche e che sia quindi il presidente di tutti gli italiani e non solo di una parte. Occorre una persona che abbia la necessaria esperienza politica e che goda di un prestigio internazionale. In questi giorni ho sentito girare tanti nomi di persone bellissime e stimabilissime, ma che nella vita fanno tutt’altro. Ecco io credo, ad esempio, che gli ottimi giornalisti debbano continuare a fare i giornalisti e gli ottimi medici a fare i medici, perché se svolgessero ruoli diversi sarebbe una grave perdita per la società.

 

A suo avviso è arrivato il momento di passare all’elezione diretta del Capo dello Stato come stanno sostenendo alcuni analisti?
On. Saltamartini - Io credo che sia assolutamente necessario compiere questa riforma costituzionale, che deve essere una riforma completa e che passa anche per la strada della presidenza della Repubblica e credo che gli italiani aspettino la riforma elettorale; parallelamente sono convinta sia imprescindibile che il Capo dello Stato sia vera espressione della volontà del popolo italiano e, pertanto, mi auguro si possa arrivare ad un modello simile a quello del sistema francese o che tenda verso il sistema americano dell’elezione diretta.

On. Agostini - Questa è una discussione molto complessa. Credo che ci sia sicuramente la necessità di una serie riforme istituzionali, per rendere le istituzioni del nostro Paese più rispondenti a quella che è una realtà cambiata. La prima riforma di cui c’è bisogno è quella di rendere più forte ed efficace l’azione del Parlamento; proverei a fare una riforma che rimetta al centro il potere del Parlamento, che invece in questi anni è stato abbastanza indebolito, a partire dalla riduzione del numero dei parlamentari, passando per il superamento del bicameralismo perfetto. Proprio per la crisi di legittimazione e di rappresentanza che stiamo vivendo in questo momento, vedrei bene una riforma che rimetta al centro il ruolo di un Parlamento rinnovato.

On. Stefani - Molti Paesi occidentali prevedono l’elezione diretta del Capo dello Stato. Il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo può essere realizzato da noi solo in un ambito più ampio di riforme istituzionali. Mi riferisco, in particolare, al superamento del bicameralismo perfetto, alla realizzazione del Senato delle regioni e al dimezzamento del numero dei parlamentari.

On. Locatelli - Io sono a favore della Repubblica parlamentare e un’elezione diretta potrebbe presupporre un presidenzialismo che non mi trova d’accordo.

 

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RICERCA E INNOVAZIONE: A CHE PUNTO SIAMO?

articolo pubblicato sul n. 5 anno V, 6 febbraio 2013 di Aricpeago Milano e su Esperia, maggio 2013

Il “Gruppo 2003”, che riunisce ricercatori italiani tra i più citati al mondo, che in larga maggioranza lavorano in Lombardia, in occasione della campagna elettorale ha posto alcune questioni a tutti coloro che si candidano alla guida del Paese. Si tratta di domande stringenti che non consentono generiche dichiarazioni a favore della ricerca ma richiedono impegni precisi.

I titoli dei punti presentati dal Gruppo 2003 riguardano investimento in ricerca, valutazione e premialità, competitività internazionale, cabina di regia, lacci e lacciuoli, valore legale del titolo di studio, attrattività e rientro dei cervelli, ricerca industriale e trasferimento tecnologico, giovani capaci e meritevoli. I temi proposti indicano una strategia complessiva definita e coordinata che,se praticata, avvierebbe il nostro Paese sulla strada di un futuro migliore, fatto di investimenti strategici per uscire dal declino, che è causato certamente dalla attuale crisi economica e finanziaria, ma soprattutto da inesistenti politiche a favore della ricerca, dell'innovazione, del trasferimento tecnologico.

Ma in quale quadro si collocano quelle essenziali domande? La recente pubblicazione dell'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) Prospettive 2012 per la Scienza, Tecnologia e Industria delinea i trend in questo campo dei 34 Paesi membri dell'organizzazione, oltre che di alcuni altri quali Brasile, India, Sudafrica. Il quadro che lo studio fa del nostro Paese indica che gli hot issues, i temi caldi da affrontare sono: il miglioramento delle condizioni strutturali per l'innovazione; il sostegno alle risorse umane per l'innovazione; il miglioramento del coordinamento complessivo delle politiche di settore, in particolare tra le diverse azioni di governo e tra governo e regioni. Si fa una descrizione critica della situazione del nostro Paese e insieme si dà un giudizio piuttosto severo.

Il capitolo che ci riguarda parte dalla premessa che l'innovazione sarà cruciale per stimolare la competitività e la crescita sostenibile, un richiamo, a proposito degli hot issues iniziali, che non lascia scampo: o si cambia o la situazione economica del Paese non potrà che peggiorare. Lo studio afferma che la percentuale del nostro Pil destinata a ricerca e sviluppo è dell'1,26%, circa la metà della media dei Paesi Ocse, una cifra in linea con le percentuali delle economie emergenti, non con quelle di un Paese del G8. Il settore produttivo contribuisce a questo investimento solo per la metà, una percentuale bassa per una economia considerata avanzata, e in percentuali molto differenziate per aziende e distribuzione geografica. Infatti un certo numero di aziende innovative, anche tra le PMI, coesiste con molte non-innovative dai livelli di produttività molto bassi; la loro distribuzione territoriale è eterogenea, sono concentrate soprattutto al Nord e al Centro. Mentre l'industria partecipa all'investimento in R&S per il 44%, l'investimento pubblico è del 42% e quello estero del 9%. L'Italia tende ad avere migliori prestazioni dove l'innovazione non è legata a ricerca e sviluppo, come dire: siete pervicaci nel non investire in questo settore, anche se ve la cavate con la solita creatività nel design. La percentuale di laureati è significativamente bassa e, in coerenza con il basso investimento in ricerca e sviluppo, sono pochi i ricercatori in linea con gli standard internazionali, pur essendo (lo aggiungo io, non lo studio) questi pochi molto citati internazionalmente. Il quadro delineato è certamente critico e la criticità viene confermata, anzi accentuata, dall'allarme lanciato dal Cun, il Consiglio Universitario Nazionale, sullo stato dell'università italiana che ha perso in dieci anni 58 mila studenti, pari al 17%, in sei anni il 22,5% dei docenti e il 25% delle borse di studio.

Siamo un Paese in decadenza, ha detto Massimo Cacciari, con vocazione all'autodistruzione, si può aggiungere senza essere smentiti, se non si avrà il coraggio di perseguire un cambiamento radicale a partire dal settore della ricerca, la base per avviare serie e coerenti politiche per l'innovazione e quindi promuovere crescita e posti di lavoro, con attenzione particolare alle nuove generazioni.

Oltre alle domande il Gruppo 2003 avanza delle proposte, chiedendo: un impegno per aumentare del 20% annuo per i prossimi tre anni l'investimento in ricerca “indipendentemente dalla situazione contingente e dalle pressioni di interessi particolari”; la detassazione delle donazioni a favore degli enti di ricerca e della ricerca in generale; la individuazione di un numero limitato di enti di ricerca da dotare di risorse adeguate per consentire loro di competere alla pari a livello internazionale, sull'esempio della Germania; una cabina di regia, ossia una struttura di coordinamento leggera, efficiente e trasparente; misure concrete per promuovere il trasferimento tecnologico, essendo assolutamente insufficiente l'attuale sistema di trasferimento dei risultati alla società in generale e all'industria; percorsi dedicati per far entrare “cervelli” stranieri nel nostro Paese, oltre che per far rientrare “cervelli” italiani. Il titolo finale interroga su iniziative per la promozione della cultura della scienza e della ricerca, con un'attenzione particolare per la formazione scientifica dei giovani.

In un articolo dei giorni scorsi Tito Boeri sostiene che il calo di studenti e docenti del nostro Paese è un calo annunciato, per certi aspetti attivamente perseguito.

Ci aspettiamo dal futuro governo, che ci auguriamo retto dalla coalizione di centrosinistra, una inversione completa di queste politiche. Altri Paesi in crisi come il nostro stanno investendo in ricerca e innovazione, nonostante la crisi, al contrario proprio per contrastarla. Non possiamo permetterci che il divario si allarghi ulteriormente, già siamo fanalino di coda.

Un segnale importante e non secondario di inversione di rotta può e deve venire dalla Lombardia. Qui risiedono competenze e strutture, pubbliche e private, che quotidianamente e contemporaneamente collaborano e competono con i migliori Centri di Ricerca mondiale. La Regione può fare molto contribuendo a definire le priorità da organizzare in rete. Anche per questo occorre una svolta che, solo con Umberto Ambrosoli vincente, potrà essere affrontata con perizia e decisione.

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Vicenda Maro'-India

Intervento nel corso del dibattito parlamentare del 27 marzo 2013

 

Signor Ministro degli Affari Esteri,

Lei mi ha facilitato il compito: intendevo chiedere le sue dimissioni e chiedere le dimissioni di un Ministro è, mi creda, sempre francamente spiacevole perché vuol dire che ci si trova di fronte a una qualche vicenda grave, che intacca profondamente la credibilità del Governo e quindi del nostro Paese.

Purtroppo la vicenda dei due ‘Marò’- a cui va tutta la nostra vicinanza - difficilmente troverà una soluzione giudiziaria che soddisfi le due parti dato lo stato delle relazioni tra Italia ed India.

Non vi è dubbio che a monte di questa vicenda vi sia una normativa poco chiara e lacunosa nel definire la catena di comando a bordo delle navi su cui via sia una scorta militare.

Così come non vi è dubbio che le autorità indiane abbiano adottato comportamenti censurabili quanto a rispetto del diritto internazionale, e non solo di quelli, a partire dall’inganno con il quale la nave Enrica Lexie è stata attirata nel porto di Kochi.

Signor Ministro, il nostro giudizio sulla sua gestione della vicenda è severo: da una parte le autorità indiane con le loro inadempienze e i loro comportamenti scorretti, contrari al diritto internazionale; dall’altra parte noi con le nostre buone ragioni che però non sono state fatte valere in modo efficace.

Lei ha pensato di trovare la soluzione con un blitz. Il suo tentato blitz, fortunatamente stoppato, avrebbe avuto conseguenze politiche, economiche ed umane.

Parliamo certamente di commesse commerciali, ma anche di cittadini italiani sotto giudizio in India, di coppie in attesa di adozione, di voti persi in future votazioni alle Nazioni Unite (mi riferisco ai voti mossi dall'India)...

Un disastro diplomatico, un disastro per il nostro Paese senza che sull’altro piatto della bilancia ci sia una prevedibile soluzione per i due ‘Marò’.

Signor Ministro, noi riteniamo che lei abbia tratto la giusta conseguenza del suo operato con le dimissioni.

Le sue dimissioni aiuteranno lo sforzo collettivo per la soluzione della dolorosa vicenda, come ci chiedono i due ‘Marò’ nella lettera di ieri.

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IL PANTHEON DI CUI ABBIAMO BISOGNO

novembre 2012

 

È difficile stabilire un pantheon una volta per tutte. Soprattutto in un’epoca di fluidità e leggerezza del pensiero e dei riferimenti culturali, in un'epoca in cui sono più i singoli a dettare le leggi dei riferimenti simbolici, piuttosto che le grandi organizzazioni collettive e i movimenti di massa.

C’è un pantheon privato, di cui fanno parte i propri beniamini, uomini e donne illustri, campioni dello sport e rock star. Ma anche persone incontrate nella vita. E ciascuno ha il proprio pantheon e se lo compone e cambia come vuole.

Il pantheon di un’area politica, sociale e culturale invece è il frutto di una ricerca, dell’ascolto della memoria, della materialità di un percorso storico e dei suoi conflitti, ma anche dell’analisi del presente e del futuro. Del guardare i propri compagni di strada e i propri avversari. Non è un lavoro facile e implica delle responsabilità.

Siamo impegnate nel centrosinistra, ognuna con la propria storia e collocazione, immaginiamo il centrosinistra come un movimento di massa, connesso da tante identità e sapori. Pensiamo che il centrosinistra debba rendere l’Italia un Paese non ostile alle donne, dunque ripensato nella sua organizzazione, nei suoi apparati formativi e nel welfare, che non è un lusso da tagliare ma la condizione per crescere. Riconosciamo di condividere un sentire e una memoria di ciò che ci ha portato qui.

Il pantheon dà il nord – come ha scritto Barbara Spinelli –, fornisce una bussola. Il pantheon restituisce armonia a una comunità sociale. Non regole di ingaggio da rispettare, ma opzioni di memoria e di sentimento, valori irrinunciabili e storie di vite reali, di impegno e di sacrificio. Talvolta di martirio.

Il pantheon è l’emozione di riconoscersi in uno spazio pubblico e di riconoscere un debito nei confronti di qualcuno per come siamo in questo spazio pubblico. Una genealogia, insomma, e forse preferiamo questo termine che restituisce umanità e dunque anche maggior grandezza alle scelte e alle vite delle figure a cui pensiamo. Una genealogia che riconosce le figure e le avanguardie che hanno reso “nostri” valori e principi come quello della laicità, dei diritti, della libertà delle scelte, dell’autodeterminazione, della conoscenza e della cultura, dell’amore per la diversità, dell’identità europea, della lotta contro ogni forma di disuguaglianza.

Per questo non è solo italiana, e soprattutto non è solo maschile. E’ tempo che l’Italia e il centrosinistra riconoscano il debito che hanno verso tante donne. Non vogliamo offrire un elenco esaustivo e completo, ma una traccia, un filo di riconoscenza che renda di uomini e donne la bussola del centrosinistra.

Siamo in debito con Anna Kuliscioff, la dottora dei poveri, per la sua denuncia del “monopolio dell'uomo”;

con Teresa Noce e Lina Merlin, donne della Costituente e pioniere dei diritti delle donne lavoratrici e madri;

con Maria Montessori, che ha restituito ai bambini la dignità di esseri umani;

con il “no” di Franca Viola, che per prima ha rifiutato un matrimonio riparatore, e di Rosa Parks, che non si alzò per cedere il suo posto a un bianco;

con Nilde Iotti, ragazza della Costituente e prima donna presidente della Camera;

con Giglia Tedesco e Maria Magnani Noya, che hanno lavorato al nuovo diritto di famiglia, rivoluzionando i rapporti tra i coniugi;

con Tina Anselmi che ha avuto il coraggio di sfidare i poteri forti......

Siamo in debito con il femminismo della fine del secolo scorso che ha liberato il destino di tutte; con Hannah Arendt, con la sua riflessione sulla politica e la sua feroce analisi del totalitarismo, male che l’Europa non deve mai dimenticare; con Elsa Morante e Natalia Ginzburg. Con l’arguzia di Miriam Mafai e la mitezza di Adriana Zarri. Con la radicalità di Simone Weil, con Simone de Beauvoir che ha dichiarato libero il secondo sesso.

Sicuramente voi che leggete ne aggiungereste di altre o lascereste andare qualcuna. Non volevamo scolpire per sempre nel marmo il nostro pantheon, ma riconoscere che i pensieri, le azioni, le intuizioni prendono origine e forma dentro genealogie fatte di uomini e di donne.

 

Roberta Agostini, Cecilia D'Elia, Titti Di Salvo,Valeria Fedeli, Pia Locatelli, Marinella Perroni