venerdì 30 Maggio 2014

Zagabria. Conferenza internazionale: Stupri di guerra, giustizia per le vittime prevenzione per il futuro


Relazione On. Pia Elda Locatelli
(Zagreb, 29-30 maggio 2014)

 

“E’ più pericoloso essere donna che soldato, negli odierni conflitti”: questa testimonianza, fornita dall’ex comandante della missione di peacekeeping nella Repubblica democratica del Congo, rende nella sua fredda concisione tutta la drammaticità che fa da sfondo al tema della Conferenza.
La sensibilità della Comunità internazionale si è progressivamente rafforzata grazie alle acquisizioni emerse nelle grandi conferenze delle Nazioni Unite sulla condizione femminile di Città del Messico (1975), Copenaghen (1980) e Nairobi (1985), nella “Piattaforma di Pechino” del 1995, ma soprattutto è stata sollecitata dal contributo generoso e spassionato offerto dalle tante attiviste per la pace, che hanno costruito un bagaglio concreto ed originale di prassi di trasformazione costruttiva dei conflitti.
Il 31 ottobre 2000, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la Risoluzione 1325, Donne, pace e sicurezza, primo documento del Consiglio che menziona esplicitamente l’impatto dei conflitti armati sulle donne e sottolinea il contributo femminile per la risoluzione dei conflitti e per la costruzione di una pace durevole.
Questo atto segna quindi un vero e proprio “cambiamento di paradigma”, a livello politico-internazionale, riconoscendo un ruolo attivo alle donne nella risoluzione dei conflitti e nella promozione dei processi di ricostruzione e di riconciliazione.
Da questa prima Risoluzione, negli anni si è poi sviluppata una cornice “normativa” e operativa (si contano oggi sette Risoluzioni in materia, da ultimo la UNSCR 2106 e la UNSCR 2122, adottate tra il giugno e l’ottobre 2013) che i Membri delle NU sono stati periodicamente invitati a rafforzare.

Tra i temi centrali risiede sicuramente quello della protezione dalla violenza sessuale, obiettivo urgente negli scenari di conflitto dove il corpo delle donne è divenuto campo di battaglia e lo stupro, o la schiavitù sessuale, una feroce tattica di guerra, come è accaduto nei conflitti che hanno insanguinato l’ex Jugoslavia negli anni Novanta, nel genocidio ruandese, nelle crisi della Sierra Leone e del Congo Kinshasa.
Zainab Hawa Bangura, Rappresentante speciale del Segretario generale dell’ONU per la violenza sessuale nei conflitti, che abbiamo avuto l’onore di ricevere alla Camera dei deputati lo scorso novembre, ha affermato, in occasione della presentazione del rapporto 2012 sulla violenza sessuale nei conflitti armati, che la violenza sessuale nei conflitti è un’arma letale come un proiettile e distruttiva come una bomba.
Nella guida delle Nazioni Unite «Addressing Conflict-Related Sexual Violence» destinata ai peace-keeper si afferma che la violenza sessuale sfida il concetto convenzionale di minaccia alla sicurezza. Essa, infatti, è spesso invisibile: la comunità non percepisce lo stupro allo stesso modo, per esempio, delle ferite causate dalle mine antiuomo. Lo stupro è dunque meno caro dei proiettili e non richiede alcuna arma specifica, è lowcost, ma di forte impatto. Inoltre è spesso resistente ai processi di disarmo e di “cessate il fuoco”. Nella stessa guida si nota come laddove lo stupro è stato utilizzato come arma di guerra, esso può divenire un abitudine che permane nel contesto post-conflitto. Donne e bambini divengono dunque comodi obiettivi su cui scaricare la frustrazione in una società frammentata e brutalizzata in cui, spesso, i signori della guerra mandatari degli stupri di massa si trovano seduti al tavolo dei negoziati piuttosto che in una prigione.
A fronte dell’ampiezza del mandato della risoluzione 1325 e della mancanza di indicazioni precettive in ordine all’attuazione delle sue disposizioni, il Consiglio di Sicurezza ha previsto, nel 2004, la possibilità che gli Stati membri proseguano sulla strada dell’attuazione anche attraverso l’adozione di “National Action Plans”.
Nel rispetto di tale indicazione, l’Italia è stata tra i primi Paesi ad aver adottato un Piano di Azione Nazionale, a conferma di un forte impegno nel settore.
Il Piano, nato con valenza triennale, è stato biennalizzato nel corso del suo primo aggiornamento, conclusosi lo scorso febbraio. Esso individua tra gli obiettivi prioritari: l’aumento del numero delle donne nelle Forze Armate e di Polizia; la promozione dell’inclusione della prospettiva di genere in tutte le attività di peacebuilding; l’assicurazione di un training specifico per il personale partecipante alle missioni di pace, in particolare sui differenti aspetti della Risoluzione 1325; la protezione dei diritti umani delle donne, dei fanciulli e delle fasce più deboli della popolazione nelle situazioni di conflitto e post-conflitto inclusi i campi profughi e rifugiati e il rafforzamento della partecipazione delle donne nei processi di disarmo e smobilitazione; la partecipazione della società civile nell’attuazione della Risoluzione; una attività di monitoring and follow-up sia in ambito nazionale sia in ambito internazionale.
L’Italia, in realtà, è stata impegnata alle Nazioni Unite sulla tematica della violenza sessuale nelle zone di conflitto fin dalle prime battute.
Quale membro non permanente del Consiglio di Sicurezza nel biennio 2007-2008, ha profuso un intenso impegno in fase negoziale – con particolare riguardo al riconoscimento del nesso tra sicurezza internazionale e violenza sessuale nei casi in cui questa viene impiegata come tattica di guerra – nel percorso che ha portato all’adozione, il 19 giugno 2008, della Risoluzione 1820. Non può sfuggire l’importanza di questo atto se si considera che, per la prima volta, afferma che la violenza sessuale in situazioni di conflitto armato può costituire crimine di guerra, crimine contro l’umanità e prefigurare genocidio.
L’Italia ha di recente aderito con convinzione all’iniziativa della presidenza britannica del G8 di prevenzione della violenza sessuale nelle zone di conflitto, volta fra l’altro a riportare all’attenzione della comunità internazionale questo fenomeno; ad assistere le vittime delle violenze , in primis donne e bambini, ma in qualche caso anche uomini, e i difensori dei loro diritti umani violati; a razionalizzare e rendere più efficienti le indagini e la raccolta delle prove sui casi di violenza con lo scopo di assicurare alla giustizia coloro che si sono macchiati di questo grave reato, assimilato al genocidio ed ai crimini di guerra.
L’iniziativa, che dovrebbe tradursi in una prossima Risoluzione dell’Assemblea Generale ONU (cosiddetto Protocollo di Londra) avrà senz’altro seguito ed eco nel prossimo Global Summit to End Sexual Violence in Conflict che si terrà a Londra dal 10 al 13 giugno prossimi.
L’Italia ha, inoltre, sempre affiancato l’impegno in ambito multilaterale con l’azione svolta dalla Cooperazione allo Sviluppo. Sono previste iniziative, affidate a ONG o realizzate in collaborazione con Agenzie delle Nazioni Unite, per l’assistenza a vittime di stupro o altre gravi forme di violenza sessuale in varie aree di crisi: Darfur – Sudan, Nord Kivu-Repubblica Democratica del Congo, Libano e Giordania, anche con riferimento ai profughi siriani. La tematica è ben presente nelle attività di rafforzamento istituzionale che conduciamo nei settori della sicurezza e della giustizia in Paesi in transizione quali Libia, Afghanistan e Somalia, oltre ad ispirare moduli formativi destinati ai caschi blu dell’ONU di Paesi terzi – ospitati presso il COESPU, Centro di eccellenza per la Polizia di Stabilizzazione, gestito dall’Arma dei Carabinieri a Vicenza – sulla prevenzione della violenza sessuale.
L’Italia ha sostenuto, nei mesi scorsi, l’approvazione, da parte del Congresso nazionale generale libico del decreto che riconosce le donne stuprate e violentate durante il conflitto del 2011 come vittime di guerra. E oggi che in quei luoghi torna a pesare l’incubo della guerra civile, con le ultime ore segnate da nuovi conflitti a fuoco e attentati, il messaggio che è emerso dal dialogo dei Paesi del 5+5, riuniti a Lisbona nei giorni scorsi, è stato il seguente: bisogna aprire la strada a un processo di dialogo e di riconciliazione nazionale che coinvolga tutte le parti in campo in Libia con il sostegno della comunità internazionale. Ritengo che solo se le donne ne saranno protagoniste potrà avere successo
Ricordo con particolare soddisfazione che il Parlamento italiano ha approvato nel giugno del 2013, come primo atto della nuova legislatura, la legge di ratifica della “Convenzione del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne e la violenza domestica”, cosiddetta Convenzione di Istanbul. La Convenzione di Istanbul è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante finalizzato a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza ed è applicabile sia in tempo di pace sia nelle situazioni di conflitto armato,  individuando negli Stati i primi soggetti tenuti a rispettare gli obblighi da essa imposti.
Sul tema specifico che qui affrontiamo, la Commissione Affari esteri della Camera dei deputati, alla quale appartengo, ha approvato, lo scorso 30 luglio, la risoluzione n. 7-00061 (da me sottoscritta insieme a colleghe e colleghi di tutti i gruppi parlamentari). L’atto, adottato all’unanimità, impegna il Governo ad operare in sede internazionale affinché vi sia la massima sensibilizzazione riguardo al tema della violenza sessuale in situazioni di conflitto e di post-conflitto, la massima prevenzione, nonché lo sviluppo di opportune forme di cooperazione con Paesi terzi per assistere le vittime, risarcirle ed assicurare alla giustizia i colpevoli.
Il Parlamento ribadirà e rafforzerà l’impegno italiano sul tema della prevenzione e del contrasto della violenza sessuale nei conflitti, proponendone l’inserimento tra le priorità del Semestre italiano di Presidenza dell’Unione europea, che prenderà avvio, come noto, nel prossimo mese di luglio.
Ricordo che il Consiglio europeo ha adottato, nel dicembre 2008, gli “orientamenti dell’Unione europea sulle violenze contro le donne e la lotta contro tutte le forme di discriminazione nei loro confronti”, che ha rafforzato la posizione dei diritti delle donne nel contesto globale delle politiche dei diritti umani dell’Unione europea.
Lo strumentario dell’Unione europea è stato completato dal Piano d’azione sulla parità di genere nella cooperazione allo sviluppo e dall’adozione della Risoluzione sulla situazione delle donne in guerra (2011/2198 (INI)) del Parlamento europeo del 2 febbraio 2012.
Lo scorso 25 aprile, il capo della delegazione dell’UE alle Nazioni Unite, Thomas Mayr-Harting, ha dichiarato, intervenendo al dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza su “Donne, pace e sicurezza: violenza sessuale nei conflitti”, che L’UE concorda con l’esigenza di un approccio globale, multisettoriale e multidimensionale al tema in oggetto.
L’Italia profonderà tutto il proprio impegno, nel corso del suo prossimo semestre di Presidenza dell’Unione, nel perseguimento di alcuni degli obiettivi delle Risoluzioni 1325 e 1820.
In primo luogo: il rafforzamento del ruolo delle donne nei processi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, nei negoziati di pace, nelle ricostruzioni post-conflitto. Così come la promozione dell’inclusione della prospettiva di genere in tutte le attività di peace-building.
Sosterrà altresì lo sforzo condiviso affinché siano sempre assicurati alla giustizia i colpevoli di violenza sessuale e sia garantito alle vittime il dovuto risarcimento ed il riconoscimento delle esigenze specifiche nel caso dei bambini e della bambine.
Lavorerà affinché l’Unione prosegua la sua politica specifica sulle donne, la pace e la sicurezza, adottata nel 2008, anche attraverso una stretta collaborazione con altre organizzazioni internazionali e regionali.
E’ necessario rimanere concentrati sulla lotta contro la violenza sessuale, sistematizzando e rafforzando ulteriormente le azioni sia dei singoli Paesi, sia delle organizzazioni internazionali: questo è quanto sosterremo e promuoveremo partecipando, il prossimo giugno a Londra, al Global Summit to End Sexual Violence in Conflict,  nella consolidata convinzione che senza un sostanziale apporto delle donne il mondo non potrà mai essere migliore.