mercoledì 28 Giugno 2017

Turchia, diritti umani violazioni inaccettabili


“Le continue e ripetute violazioni dei diritti umani nella Turchia di Erdogan sono inaccettabili. Dal colpo di Stato dello scorso 15 luglio sono stati licenziati 3979 giudici e pubblici ministeri e circa 150 mila dipendenti pubblici, tra cui insegnanti, accademici e giornalisti; oltre cento mila persone sono state incriminate, 50.987 persone sono state arrestati, tra cui 159  giornalisti, sono stati chiusi 158  media, tra cui sessanta stazioni televisive e radiofoniche, 19 giornali, 29 case editrici e cinque agenzie di stampa. 13 deputati, 83 sindaci, mille dirigenti di partito di opposizione, il Partito repubblicano del popolo che è rappresentato in Parlamento con 59 deputati,  sono stati arrestati”.  Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del Comitato Diritti umani della Camera, nel corso della conferenza stampa, organizzata dal gruppo PSI, con la parlamentare turca Safak Pavey, deputata del Partito repubblicano popolare (CHP), in Italia per denunciare la situazione dei detenuti turchi e le gravi violazioni dei diritti nella Turchia di Erdogan.

“In questa situazione – ha aggiunto Pia Locatelli – è importante che l’Italia e l’Europa facciano sentire la loro vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche e che i media occidentali diano notizia di quanto sta avvenendo, visto che la stampa libera in Turchia è stata messa a tacere. Per questo motivo abbiamo invitato Safak Pavey  a un’audizione presso il Comitato Diritti umani della Camera, da parte mia parteciperò all’ultima tappa della marcia per la giustizia e per lo stato di diritto che sta portando centinaia di migliaia di persone da Ankara a Istanbul”.

“Stanno violando le leggi che loro stessi hanno promulgato con una repressione continua che colpisce chiunque si opponga e il silenzio attorno a quanto avviene fa sentire il governo di Erdogan più forte, impunito”. Afferma Safak Pavey spiegando il deterioramento continuo e inarrestabile della situazione nel suo Paese a un anno dal fallito golpe “da quando al potere c’è l’Akp con Erdogan”.
“Lo stato di emergenza che doveva durare solo tre mesi e in vigore ormai da un anno e decine di migliaia di famiglie sono state coinvolte dalla repressione perché il Governo punta a terrorizzare chiunque osi opporsi, punta a far diventare lo stato di emergenza, una condizione ‘naturale’ del Paese”. “Tutti devono sapere quanto sta avvenendo nel mio Paese e questo è quello che ripeterò a tutti perché per noi è una questione di vita o di morte”. Drammatica la denuncia davanti ai membri del Comitato di quanto sta avvenendo nelle carceri dove sono ammassati in condizioni penose decine di migliaia di oppositori, insegnanti, professori universitari, politici, magistrati, militari, giornalisti, funzionari statali, prigionieri mesi spesso senza sapere neppure di cosa sono accusati.

“‘Il popolo, il diritto, la giustizia’, sono queste le tre parole sui cartelli che alzano i manifestanti in marcia da Ankara a Istanbul per una disobbedienza civile di massa, per una protesta non violenta contro un
governo violento che usa lo stato di emergenza per fare una repressione di massa contro chiunque si opponga”.  Ha affermato Mariano Giustino, corrispondente di Radio radicale dalla Turchia, collegato per raccontare in diretta la protesta pacifica in corso. Giustino ricorda che la marcia è nata per protestare contro la “condanna a 25 anni di reclusione al deputato d’opposizione del CHP, Enis Berberoglu”.
“Una marcia che lungo la strada ha raccolto decine di migliaia di persone, che avanza in un clima molto bello nonostante le provocazioni dei sostenitori di Erdogan. È piena di coppie con i bambini che spiegano che sono in marcia proprio per il futuro dei loro figli”. “Siamo al 14.mo giorno, abbiamo già
percorso 250 chilometri e ce ne restano 140. Saremo un milione, dicono gli organizzatori, ma intanto nonostante il silenzio imposto ai media dal Governo, cresce la solidarietà. Ha aderito anche Luis Ayala, il segretario generale dell’Internazionale socialista. La marcia si concluderà davanti al carcere di Maltepe, un luogo simbolico perché è lì che è imprigionato Berberoglu”.

Ascolta l’intervista su Radio Radicale

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