domenica 8 ottobre 2017

Lombardia, un referendum per nascondere i fallimenti


 

“Il referendum del 22 ottobre fortemente voluto dalla Lega per la Lombardia, al pari di quello del Veneto, non è una cosa seria e i socialisti non lo voteranno.
Nella migliore delle ipotesi siamo di fronte a una presa in giro e, nella peggiore, all’avvio di un processo che potrebbe avere risultati dirompenti per l’intero Paese”. Lo ha detto Pia Locatelli intervenendo a Milano a un’iniziativa promossa dal Psi Nazionale in tutti i capoluoghi di regione della Lombardia e del Veneto.

“Si tratta – ha aggiunto – di esercizio di grossolana propaganda politica, evidente nel caso della Lombardia. Il quesito lombardo, perché quello veneto è persino più vago, chiede se i cittadini sono d’accordo nel “richiedere allo stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia con le relative risorse” sulla base di una non meglio definita specificità della regione. Nulla si dice poi quanto al campo di applicazione di questa maggiore autonomia né dove andrebbero spesi i denari che non verrebbero più conferiti allo Stato. Ma queste sono ‘quisquilie’, come direbbe Totò, la verità è che con questo referendum la Lega cerca di rinverdire il mito padano, quelli delle ampolle di acqua del Po, coprendo con una cortina fumogena i propri fallimenti, la sterilità di una linea politica che non ha portato risultati concreti né in questi anni col governo della Regione né quando Umberto Bossi con Roberto Maroni erano saldamente insediati nel governo presieduto da Silvio Berlusconi. Insomma niente fatti e tante chiacchiere.

Così oggi abbiamo un Roberto Maroni che ci spiega che il Sì al referendum serve a trattenere in Lombardia la metà dei 54 miliardi di tasse raccolti; serve a costringere il Governo a riconoscere che la Lombardia “è una regione speciale sotto molti punti di vista”, ma non ha lo statuto speciale.
Ovviamente in base alle leggi non c’è, e non ci può essere – soprattutto poi con un referendum finto, consultivo e senza quorum – nessun automatismo in grado di far affluire nelle casse regionali 27 miliardi di tasse come non c’è nessuna ‘specialità’ particolare della Lombardia in grado di determinare questa differenza di trattamento rispetto alla Basilicata o alla Liguria. Ma tant’è perché ai leghisti bastano le parole e con gli slogan fanno tutto.

D’altra parte è lo stesso Maroni, con lo sguardo rivolto alle sempre più vicine scadenze elettorali e alle fortune politiche sue e della Lega, a spiegarci che il referendum è un trampolino di lancio, una base di partenza e non si capisce proprio perché i socialisti, gli altri partiti, dovrebbero aiutarlo in questa impresa. In un’intervista al Corriere della Sera del 17 settembre dice, dando per già incassata la vittoria referendaria, “… quindi torneremo a trattare con il governo ma con molta più forza negoziale”, ovvero a trasformare il Sì in “un mandato per poter chiedere una riforma costituzionale che trasformi la Lombardia in una Regione a statuto speciale”.
E qui ci sembra davvero anche fuori tempo, visto che il sentimento generale condiviso dagli italiani, spinge piuttosto per una revisione delle prerogative delle Regioni a statuto speciale e, casomai, per una drastica riduzione dei poteri, se non proprio del numero di tutte le Regioni, vista anche la non splendida prova di efficienza amministrativa, con il suo contorno di scandali e ruberie.

Al confronto di Maroni almeno Luca Zaia tenta di apparire più razionale. Perché il voto sia valido ha previsto infatti un quorum, con la maggioranza degli aventi diritto, e un Sì sostenuto dalla maggioranza dei voti espressi.
In compenso il quesito veneto è ancora più vago e incerto di quello lombardo perché chiede all’elettore se vuole che “alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, che è un po’ chiedere – come avrebbe detto Catalano – se si preferisce stare bene in salute oppure no.

L’aspetto più sottilmente inquietante di queste fanfaronate leghiste è che non cessano mai di solleticare la pancia profonda di un Nord ora incattivito da dieci anni di crisi, dove è facile facile proporre capri espiatori per sfogare la rabbia contro tutto e tutti.
Ieri ‘Roma ladrona’, poi i partiti corrotti contro cui si agitava il cappio in Parlamento, poi la criminalità da sconfiggere con la pena di morte e le armi per tutti, e ancora i conati xenofobi e razzisti contro gli zingari, i negri e gli immigrati in genere. Ma tutto questo non basta per un programma elettorale, ci vuole qualcosa di più forte; occorre rispolverare la suggestione del grande imbroglio, quello di una regione che se fosse fuori dall’Italia, e casomai anche senza l’euro, sarebbe il regno di Bengodi. Ed è qui che la presa in giro rischia di aprire un’altra partita, ben più seria.

Quanto sta avvenendo nella vicina Spagna con una minoranza politica che ha tentato di imporre la secessione della Catalogna scavalcando la costituzione, dovrebbe indurre a essere estremamente prudenti. Se è vero che il debolissimo governo conservatore di Rajoy ha fatto niente per smorzare le pulsioni secessioniste, anzi forse ha pensato di avvantaggiarsi dallo scontro, è vero soprattutto che questa è sempre una strada a senso unico, un esercizio di avventurismo che non prevede vie di mezzo né marce indietro, un pericoloso azzardo.
Roberto Maroni non è Carles Puigdemont, e fin’ora ha dato prova di fare più chiacchiere che fatti. E soprattutto la Lombardia, come il Veneto, non sono la Catalogna. Però la tentazione di rispolverare il mito delle piccole patrie potrebbe essere irresistibile alle prossime elezioni in un’Italia dove il voto di protesta, anche se frastagliato, può diventare maggioranza. È pericoloso ignorare il rischio di questa deriva, di avallare indirettamente queste spinte dando dignità di proposta politica a una propaganda che può mettere in crisi l’identità condivisa su cui si fonda la nazione.
E l’Italia, che è nazione da così poco tempo, è un Paese che notoriamente si regge su una debolissima identità condivisa.
C’è il rischio concreto di indebolirla ulteriormente, di metterla in crisi, facendo populismo anziché politica per catturare il voto degli elettori, inseguendo il consenso anziché conquistarlo con idee e programmi realistici. I socialisti, le forze di centrosinistra, dovrebbero agire sempre per scongiurare questi pericoli e lasciare i referendum per questioni più serie”.


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